Chi comincia a studiare la filosofia non incontra, in
genere, difficoltà immense e, se le incontra, possono essere superate
dall’impegno e dal supporto del θαύμα (thauma),
lo stupore terribile e sbalordito dell’uomo dinnanzi alla realtà. C’è però qualcosa
che si trascina nello studio, di anno in anno, simile a un sassolino nella
scarpa. C’è un qualcosa che impedisce di concludere – contro la richiesta
perentoria dell’anànke stènai[1] di Aristotele che, per altri motivi,
impone proprio di concludere – e che ha a che fare con un’ambiguità permanente:
l’apparente incompatibilità tra l’universale e il particolare, tra il comune e
l’individuato.
E quest’antica questione – che si potrebbe anche dire degli universali, ma è riduttivo – non solo impedisce di concludere, ma crea una confusione di termini reale, per cui l’idea di Platone è assai diversa da quella di Cartesio, così come i trascendentali classici sono differenti da quelli di Kant.
E allora: idea, sostanza, essenza prima e seconda, natura, ipostasi. Sinonimi? Dipende appunto dalle riflessioni degli autori, dalle distinzioni, dalle dottrine.
Eppure il moltiplicarsi dei termini, o il loro riunirsi
nella sinonimia, deriva anche da precise affermazioni sul principio di
universalità o d’individuazione intimo all’essere. La difficoltà che incontra
lo studente (ma pure il docente) è ineliminabile, perché rendere la filosofia
semplice equivarrebbe a risolvere il mistero dell’essere.
Il Dio personale
della metafisica
Le cose però si chiariscono non poco con il matrimonio tra
metafisica e cristianesimo, poiché il Dio Uno e Trino non complica, ma
semplifica la comprensione, se non altro per via del fatto che unità e trinità
sembrano garantire la convivenza tra la sostanza e l’ipostasi personale, tra
l’universale e l’individuato. Non solo San Tommaso riesce nella sintesi
filosofica, oltre che teologica, più elegante sul tema, ma si aggiunge ad essa
il pensiero di San Bonaventura, per il quale Gesù Cristo «è tutta la nostra
metafisica»[2].
San Bonaventura specifica, inoltre, che il vero metafisico è colui che è illuminato
dai raggi spirituali e viene ricondotto al Sommo[3],
nel senso che la metafisica autentica riconduce le cause particolari al loro
primo fondamento emanante, esemplante e consumante (a Dio)[4].
In Tommaso e Bonaventura, quindi, c’è un superamento e una
sistemazione migliore del platonismo, del plotinismo e dell’aristotelismo,
proprio per l’entrata della Ss. Trinità personale sulla scena del pensiero
umano. Con le suggestioni che provengono dalla persona è più immediato, ad
esempio, comprendere la ragione divina che sta dietro le cose. Mediante il
modello del Dio personale e creatore, san Tommaso può tracciare spontaneamente
le cinque vie che ne dimostrano l’esistenza[5].
Altrettanto spontaneo è san Bonaventura, che scorge nella fissità delle leggi
naturali la libera volontà del Dio personale. L’uomo libero, difatti, immagine
e somiglianza di Dio, è libero quando vuole qualcosa e la ottiene, senza mutare
il proprio volere[6].
Francesco Corvino ben riassume il pensiero bonaventuriano, scrivendo che «[...] essere liberi non significa volere e
disvolere momento per momento, ma significa avere la capacità e la forza di
realizzare fino in fondo ciò che si è deciso liberamente»[7]. E
così pure Dio, nella sua libertà di volere, ottiene ciò che vuole con la ferma
volontà e la deliberata determinazione, che si può cogliere anche dietro le
leggi immutabili della fisica e della chimica.
Il cosmo, allora, non
ci parla solo di un’immensa ragione buona e universale che tutto governa, ma
pure di una fermissima volontà benefica che a tutto provvede, laddove ragione,
volontà e bontà sono peculiari alle persone, non alle cose. La sapienza che
s’intravede dietro le leggi matematiche del cosmo fisico e l’immutabilità di
esse, tradisce l’esistenza di un Dio personale creatore. Non è improprio,
quindi, rimandare la metafisica alla persona, in quanto il cosmo è creazione
del Dio personale e custodito dalla persona umana, sotto la supervisione delle
persone angeliche. Sarà bene allora fare una sintesi di quanto la
tradizione filosofica e teologica ci ha trasmesso circa l’essere.
Dio è Uno e Unico
Ben prima che il mondo greco-romano avesse assunto la
Rivelazione, Parmenide si era accorto che c’era un solo modo per confermare
quell’«Io sono», che il filosofo non conosceva e che in seguito si sarebbe
rivelato: c’è solo una realtà che coincide con l’«Io sono» e null’altro. Non ha
senso la mutazione, lo sviluppo, il movimento, né tanto meno altri modi d’essere.
Ha senso solo l’Essere immutabile, anche se affermare ciò avrebbe introdotto
alcuni paradossi. Se solo Parmenide avesse sospettato un’identità tra l’essere
e la Trinità, l’avrebbe forse rigettata, poiché il Padre può dire: «Io “non” sono
il Figlio».
La soluzione di Parmenide, proprio a causa dei paradossi,
non poteva che essere acuta, ma parziale. L’essere, Dio, l’«Io sono» biblico,
ha in sé due respiri amplissimi – secondo le filosofie e le teologie posteriori,
rinvigorite dalla Rivelazione: uscita e ritorno, exitus e reditus, anábasis e katábasis[8],
pròtos ed éschatos[9],
arché e télos[10].
Solo il Dio personale d’amore può permettere un embrione di ragionamento.
Qualora, infatti, l’essere fosse riconducibile o riducibile a una qualche
energia cosmica, non si comprenderebbe l’uscita da se medesimo e il ritorno, se
non come puro meccanicismo irrazionale e illogico (a-Logos). In un certo senso,
l’uscita dell’essere da se medesimo è diretta verso l’individuazione, mentre il
movimento opposto rappresenta il ritorno all’universale.
Ma come dare un contenuto ai respiri dell’essere? Come
conciliare l’universalità con l’individuazione o con l’ipostatizzazione, che fa
dire alla creatura «Io non sono lui» o «il Padre non è il Figlio»? È chiaro che
quel «non sono» non è un annullamento dell’essere nel nulla, ma semplicemente
una dichiarazione di essere un altro ente. E, tuttavia, resta la difficoltà
grammaticale, che può portare all’assurdo: se io non sono lui, allora potrei
concludere che il mio essere è diverso dal suo, nel senso che ci sono due o più
esseri. Questo contrasta con la tradizione filosofica, poi rafforzata dalla
Rivelazione, per cui il Dio sussistente è Uno e Unico[11] e
le cose ricevono l’esistenza dal Dio Uno e Unico.
L’universale e la
sostanza individuata
Con la rivelazione del Dio trinitario personale, l’essere fu
più comprensibile, in relazione all’eternidea del Bene e del Bello, laddove
Bene e Bello non sono cosificabili e significano qualcosa di più preciso solo
nel caso fossero riferiti alla persona divina o umana. Ma come definire
l’eternidea, se non tenendo conto dell’universale platonico in sintesi con il
particolare individuato aristotelico? Anche qua la semplice osservazione del
reale è sufficiente. L’antico adagio secondo cui «Roma è un’eternidea del Nume»
rivela che l’idea platonica non può avere una dimensione unicamente universale.
Il Nume pensò Roma nella sua universalità (polis,
giustizia, popolo, governo) e nella sua particolarità irripetibile nel tempo e
nello spazio (la città dei sette colli, la capitale dell’Impero romano). Roma
non avrebbe alcun senso cancellandone l’universalità e la peculiarità.
Ancora più significativo è definire l’eternidea a partire
dalla persona umana, che è la persona immediatamente conoscibile. Qua non è
possibile prescindere anche dalla Rivelazione, per cui Dio concepiva e
conosceva in idea dall’eternità la sua creatura, cosa o persona che fosse[12].
Ma la persona umana è sessuata e il sesso maschile o femminile sono universali.
C’è però da precisare che l’eternidea di Pietro, ad esempio, non può essere
composta da parti, di cui una di queste è l’essere maschio. Anche se la
categoria «maschio» è universale, non è possibile pensarla separata da Pietro:
non ha fondamento teologico, infatti, l’ipotesi che Dio avrebbe pensato quella
persona particolare e poi abbia deciso se farla maschio o femmina. Maschio, in
Pietro, non è più universale, ma fa parte della sua sostanza individuata,
perché Pietro è concepito maschio dal Nume ab
aeterno[13].
O l’individuo Pietro è maschio o non è. Lo spiega meglio San Tommaso d’Aquino,
per cui le essenze non esisterebbero neppure, se non nella sostanza creata e
individuata[14].
Dov’è allora questa vera sostanza individuata nel
pronunciamento “Pietro è un uomo maschio”? A destra o a sinistra della copula
“è”? Tanto a destra quanto a sinistra poiché, sebbene “uomo maschio” appartenga
al genere e alla specie, la categoria è inseparabile dalla sostanza individuata
di Pietro. Non solo la copula svela che Pietro rientra nel genere e nella
specie, ma crea una sintesi tra universale e particolare. La copula è quindi
come uno specchio nella sostanza, dove universale e particolare si guardano,
dopo l’unione sublimata dall’actus
essendi.
Generazione e
processione
È complicato dare un nome alla necessità dell’essere di
uscire da se stesso, con le categorie della filosofia. È molto più immediato,
invece, coinvolgere la teologia, per cui il Padre «genera» il Figlio, in un exitus eterno e originario. Ma non basta
questa processione, poiché i Due sarebbero disuniti e l’Uno più non sarebbe. Si
avrebbe cioè una scissione impensabile dell’essere in due. Conviene allora
l’ultima processione, che sta nello Spirito Santo, nel reditus eterno e finale: a questo ritorno – che non ha nulla di
temporale – corrisponde la riunione del Due nell’Uno, dove dimora anche la
terza Ipostasi (lo Spirito Santo), che procede dal Padre e dal Figlio.
Sant’Agostino, a questo proposito, ha parole chiare: «Nel
mistero trinitario, vincolo di unità ed immagine di solidarietà, il Padre, il
Figlio e lo Spirito sono l’Amante, l’Amato e l’Amore, ciascuno dei quali è se
stesso, e tuttavia si compenetra negli altri in uno slancio inesauribile di
amore che nasce eternamente dal Padre e al Padre eternamente ritorna»[15].
Ecco come l’essere dei filosofi è così rivelato da Dio come «l’Amante, l’Amato
e l’Amore». Sembra allora che nessun progresso si abbia nella comprensione
dell’essere, se non rientrasse nel pensiero umano il concetto di amore.
Parrebbe che siano due le cose inammissibili a Dio,
all’essere-persona-amore: il restare in sé e il rimanere diviso da sé. Queste condizioni
sono, di fatto, rese impossibili dalla generazione/processione, dalla sostanza
trinitaria condivisa e dall’unione ipostatica[16].
Il restare in sé e la separazione sono espressione dell’egolatria, che è la
negazione dell’amore. Pure qui, dall’analisi di un semplice sentimento, è
possibile rinvenire i due respiri dell’essere. Vale a dire che l’egoismo
impedisce all’uomo di generare, nella carne o nello spirito (exitus). E impedisce l’abbraccio, la
vicinanza dell’amato, il ritorno (reditus).
Il “primato della
verità”
È vero che i due respiri dell’essere non possono essere
associati né al movimento, né al tempo, poiché in Dio non c’è mutazione. Eppure
in Dio c’è un ordine, una direzione, un orientamento, che dal Padre tende allo
Spirito Santo, per il Figlio, che è il medium[17]
teologico e metafisico. Se il Padre è la prima, il Figlio la seconda e lo
Spirito la terza persona della Ss. Trinità, è escluso che tale ordine possa
mutare. La tradizione più genuina della Chiesa, in altre parole, esclude che il
Padre possa essere la seconda persona, il Figlio la terza o lo Spirito la
prima. Il Padre è principium, perché
in esso vi è l’«innascibilità» e la «pienezza fontale»[18].
Il Figlio è «immagine» del Padre, essendo «somiglianza personale, connaturale e
intellettuale»[19].
Lo Spirito Santo è «dono», nonché «vincolo o amore» del Padre e del Figlio[20].
Che la Ss. Trinità sia “orientata” lo si comprende anche
dalla semplice osservazione delle creature, di cui è previsto un orientamento. Lo
spazio è orientato e così pure il tempo. È possibile riconoscere una destra da
una sinistra, un sopra da un sotto e un avanti da un dietro. C’è allora una
simmetria e un’asimmetria delle cose. Le zone entro cui avvengono i fenomeni
non sono indifferenziate: da una stazione, in un dato istante, un treno può
solo partire o arrivare, non può partire e arrivare contemporaneamente. C’è una
consequenzialità nelle cose, il nord non è il sud, l’est non è l’ovest. Il
precipitare non è l’ascendere, lo stringere non è l’allentare. Perdere
l’orientamento significa smarrire i punti cardinali e può portare alla morte.
Se dunque le creature sono orientate, tanto più lo sarà il Creatore, dal quale
provengono. Le creature, inoltre, si danno interdipendenti. Gli oggetti da soli
non potrebbero sussistere, in quanto non vi sarebbe alterità in essi. Ad
esempio, la sedia senza il tavolo non può essere definita o riconosciuta,
perché di lei non posso dire “non è un tavolo”, per la mancanza di un ente di
comparazione. Ma, accanto alla funzione logica, ce n’è una complementare: la
sedia è per il tavolo e il tavolo è per la sedia; entrambi sono per l’uomo e
l’uomo è per Dio.
Attraverso queste similitudini possiamo, per analogia,
descrivere l’orientamento in Dio, sulla base di quanto rivelato. Se lo Spirito
Santo procede dal Padre e dal Figlio, né il Padre, né il Figlio possono
procedere dallo Spirito Santo. Se, dunque, l’appropriazione del Padre è l’unità
come principio del numero, quella del Figlio è la verità sapiente e quella
dello Spirito è l’amore volente[21],
allora l’amore procede dall’unità e dalla verità e non la verità dall’amore. Per
questo motivo, la tradizione cattolica indica un «primato della verità»[22].
A partire da tale primato, la volontà di Dio è libera, ma non è mai cieca, non
è mai sganciata dal Logos. La creatura umana, difatti, trova nella verità una
forza liberante. Così anche la pericope «Il vento soffia dove vuole»[23],
non significa che lo spirito vaga ciecamente, ma che vuole andare dove ha
ritenuto ragionevole andare dall’eternità.
Universale,
molteplice, plurale
Da quanto esposto, tutto viene a sintesi e si può abbozzare
un quadro ontologico generale di matrice tomista.
L’eternidea (o essenza, o sostanza) è il principio archetipo
dell’ente creato; individuante e universale ante
rem; individuato e molteplice in re;
individuale e plurale post rem. La
sostanza è dunque una e plurale, in modo simultaneo e asimmetrico, per cui è
sempre inclinata verso l’individuazione, che è l’orientamento privilegiato
dell’ente, delle cose.
La sostanza è individuante e universale ante rem perché non si distingue da Dio, Trino e Uno. La sostanza è
individuata e molteplice in re
perché, giunta all’esistenza[24],
costituisce l’ente, presente fisicamente come individuato. È da notare che, nella
creatura, l’universale non si manifesta ai sensi, se non nella molteplicità, a
causa dell’imperfezione, per cui l’Uno diventa unità matematica (molteplicità)
e il Trino s’individua nell’ente (individuazione). Si vede la molteplicità dei
fiori, assieme ad alcune somiglianze, ma non si vede l’essenza universale del fiore,
se non per via intelligibile. Questo fatto ha confuso i nominalisti, che non
videro l’universale nemmeno in modo intelligibile e, perciò, lo esclusero.
Infine, la sostanza è individuale e plurale post rem perché la mente intuisce
l’universale, mediante l’astrazione. Non è, in genere, l’individuazione a fare
problema, ma l’universale, che in re
e post rem si manifesta come
molteplice e plurale. La molteplicità e la pluralità delle persone e delle cose
riconduce ad una situazione di separazione, che nel mondo fisico è data
dall’estensione spazio-temporale. Le cose appaiono separate, forse affinché
l’uomo possa scegliere tra la fede in un Dio dell’amore e dell’unità o in un
Dio dell’egoismo e dell’odio. Il mondo è il luogo della prova e la distinzione
tra gli enti risalta maggiormente. Eppure la sensibilità del credente riesce a
scavalcare la pura realtà fenomenica e a cogliere il Creatore dietro le
creature. In tal modo il processo astrattivo della conoscenza non è più una
modalità funzionale della mente, ma il riconoscimento di un’unità del reale
nonostante la distinzione effettiva tra le cose.
Fondazione medievale
e scolastica dell’epistemica
Per alcuni autori, al di là dell’espressione «philosophia
ancilla theologiae»[25],
la speculazione medievale scolastica è sempre stata una «filosofia cristiana»[26].
Si voleva intendere che i teologi hanno prodotto una disamina a tutto campo sul
reale (Dio, uomo e cosmo) e sarebbe stata riduttiva la definizione dei loro
studi con il nome di teologia o di filosofia. È possibile si sia trattato di
un’epistemica, vale a dire di una scienza generalissima – secondo le suggestioni
di Aristotele – non limitata alla filosofia. Di fatto, per un’espressione più
chiara della verità, i teologi medievali non si sono fatti scrupolo di attingere
dalla Rivelazione e dalla filosofia i contenuti delle loro opere. Se anche
l’intento fu l’intelligenza della fede, ne è venuto fuori qualcosa di più
esteso: e questa maggiore estensione travolge i confini della filosofia.
Per tutti questi motivi, sembra che ci troviamo dinnanzi ad
una scienza che supera persino quella «scienza che studia l’essere in quanto
essere»[27].
La supera, poiché la filosofia classica è monca della teologia. E, in ogni
caso, la scienza massima non può precludersi alcuna fonte, alcuna ricchezza.
All’episteme concorre una moltitudine di discipline, se da queste dovesse
scaturire qualcosa di utile alla comprensione del Tutto. Non dell’universale
però che, per quanto scritto, è un ambito parziale del Tutto. L’episteme,
allora, rappresenta il Tutto ed è accessibile, con tutta evidenza, non solo per
via speculativa: c’è bisogno anche di quella via illuminativa bonaventuriana,
tanto distante dal semplice pensare, quanto la sapienza dista dalla scienza.
Non è un mistero che, per giungere in porto, ci voglia quel
nocchiero di Betlemme a cui gli apostoli spaventati dalla tempesta si rivolsero
così: «Epistata, epistata, siamo perduti»![28]
La traduzione corrente di Epistata è Maestro, ma per un po’ vale sognare e
immaginare che l’Epistata sia colui che ha l’episteme. O, meglio ancora, colui
che è l’episteme e l’epistemica.
Silvio Brachetta
[1] «Ανάγκη
στενάι», bisogna fermarsi, è
necessario concludere, Aristotele, cf. Met.
XII 3, 1070 a 4, Phys. VIII 5, 256 a 1.
[2] «Hoc [Gesù Cristo] est medium metaphysicum reducens, et haec est tota nostra metaphysica
[…]», San Bonaventura da Bagnoregio, Collationes
in Hexaëmeron, I, 17.
[3]
«[…] scilicet illuminari per radios
spirituale et reduci ad Summum. Et sic eris verus metaphysicus», ivi.
[4]
«La metafisica riguarda la conoscenza di tutti gli enti, che essa riconduce
all’unico primo principio, dal quale sono usciti secondo le ragioni ideali,
ossia a Dio quale principio, fine, modello […]», San Bonaventura da Bagnoregio,
De reductione artium ad theologiam,
n. 4, tr. Silvana Martignoni.
[5]
Cf. San Tommaso d’Aquino, Summa
Theologiae, Ia, q. 2, a. 3.
[6] «[...] l’arbitrio [umano] si dice libero non perché si possa
volere in modo che si voglia anche l’opposto al volere, ma perché tutto quello che si vuole tende al suo stesso dominio,
perché così vuole qualcosa che voglia volere. E perciò nell’atto di volizione
[l’arbitrio] muove e domina sé stesso. Pertanto, si dice libero, sebbene ordinato immutabile a quello», San
Bonaventura da Bagnoregio, II Sent.,
d. 25, p. 1, a .
un., q. 2 concl.
[7]
Francesco Corvino, Bonaventura da
Bagnoregio. Francescano e pensatore, Città Nuova, 2006, p. 288.
[8] Le
due fasi della dialettica: l’ascesa verso l’episteme (verso ciò che non è più
ipotetico) e la discesa verso le opinioni, per rivitalizzarle con la verità.
[9] Il
Primo e l’Ultimo, riferito a Gesù Cristo. Ap 22, 13.
[10] Il
Principio e la Fine, sempre riferito a Gesù Cristo. Ap 22, 13.
[11]
Espressione ebraica proveniente dalla Torah:
ekhàd (uno), yekhìd (unico).
[12] «Prima
di formarti nel grembo materno, ti conoscevo […]». Ger 1, 5.
[13]
Sebbene chiamato all’esistenza nel tempo. Le idee, in Dio, rimangono
sostanzialmente Dio.
[14] Secondo
Tommaso, «solo a proposito» dell’«ente reale» si «può parlare di essenza».
L’individuo è, per Tommaso, «l’unica vera realtà», e «nulla può esistere che
non sia individuo». Sofia Vanni Rovighi, Introduzione
a Tommaso d’Aquino, Laterza, 1981, pp.
43, 47, 48.
[15]
Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 8,
12.
[16]
Per quanto riguarda l’unione della divinità e dell’umanità in Cristo (unione
ipostatica), si osserva che ripugna all’essere anche la separazione del
Creatore dalle creature, ferma restando la distinzione ontologica tra Creatore
e creazione.
[17] Gesù
Cristo è «la persona mediana della beatissima Trinità» – «Iesum Christum […] est media
persona in […] beatissimae Trinitatis»,
San Bonaventura da Bagnoregio, Breviloquium,
prol., 3, 2.
[18]
San Bonaventura, Breviloquium, cit.,
I, 3.
[19] Ivi.
[20] Ivi.
[21]
Sono categorie della teologia dogmatica.
[22]
Molti autori moderni e contemporanei hanno parlato del «primato della verità»,
in Dio e nel cosmo. Tra gli altri, Joseph Ratzinger, John Henry Newman,
Giuseppe Siri, Romano Amerio, Enrico Maria Radaelli, Divo Barsotti, ecc…
[23]
Gv 3, 7.
[24]
Mediante l’actus essendi tomista.
[25]
«La filosofia è l’ancella della teologia», coniata da Gregorio IX.
[26]
Ad esempio per il francescano Leone Veuthey, La filosofia cristiana di S. Bonaventura, Miscellanea Francescana,
Roma, 1996.
[27]
Aristotele, Metafisica, I, 1003 a 21.
[28] «Ἐπιστάτα, ἐπιστάτα, ἀπολλύμεθα». Lc 8, 24.

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