Chi comincia a studiare la filosofia non incontra, in
genere, difficoltà immense e, se le incontra, possono essere superate
dall’impegno e dal supporto del θαύμα (thauma),
lo stupore terribile e sbalordito dell’uomo dinnanzi alla realtà. C’è però qualcosa
che si trascina nello studio, di anno in anno, simile a un sassolino nella
scarpa. C’è un qualcosa che impedisce di concludere – contro la richiesta
perentoria dell’anànke stènai[1] di Aristotele che, per altri motivi,
impone proprio di concludere – e che ha a che fare con un’ambiguità permanente:
l’apparente incompatibilità tra l’universale e il particolare, tra il comune e
l’individuato.
E quest’antica questione – che si potrebbe anche dire degli universali, ma è riduttivo – non solo impedisce di concludere, ma crea una confusione di termini reale, per cui l’idea di Platone è assai diversa da quella di Cartesio, così come i trascendentali classici sono differenti da quelli di Kant.


