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| Giovanni Gasparro "San Benedetto" |
Il
movimento benedettino come sintesi di latinitas
e germanitas.
Benedetto
recuperò una santa tradizione monastica, sorta in seno alla Chiesa
dopo la svolta costantiniana: specialmente quella dei monaci
anacoreti e cenobiti che, tra il IV e il V secolo, si spostavano
verso i deserti egiziani, alla ricerca dell’ascesi e di una
modalità opportuna per vivere la radicalità del Vangelo. Fu un
esteso movimento di popolo, che coinvolse persone di ogni classe
sociale. In seguito, il monachesimo approdò in Oriente, specialmente
su iniziativa di san Basilio il Grande, che redasse una sua Regola.
Quanto all’Occidente, il movimento monastico fu sdoganato da
sant’Atanasio di Alessandria, durante il suo esilio a Treviri
(nella Gallia, 335), soprattutto dopo la pubblicazione della sua
opera Vita di Sant’Antonio, scritta per far conoscere il pensiero e
le gesta del primo fondatore del monachesimo egiziano. Qui incontrò
il favore dei santi vescovi Agostino, Ambrogio, Martino (di Tours) e
Girolamo. Sant’Agostino redasse persino una sua Regola monastica,
la quale divenne la prima in Occidente.
Di
grande importanza è anche la collocazione storica del fenomeno
monastico benedettino, inserito all’inizio del Medioevo, all’epoca
in cui finiva un mondo e ne nasceva un altro. Sullo sfondo vi era la
grande crisi del tramonto e della spaccatura dell’Impero Romano,
tra Oriente e Occidente, tra il mondo della latinitas e il
mondo greco bizantino. Il fattore, invece, di novità e, a lungo
termine, di rinascita fu paradossalmente incarnato dalla crescente
importanza della germanitas – impostasi in un primo momento
con la discesa bellicosa delle popolazioni nomadi del nord e dell’est
in Italia (Visigoti, Vandali, Ostrogoti e altri), ma sedotti in
seguito dalle suggestioni della precedente civiltà romana e del
cristianesimo, specialmente dopo la conversione del re dei Franchi
Clodoveo e le successive ondate missionarie nel nord Europa.
In
particolare, proprio la «‘svolta costantiniana’ aveva liberato
immense energie, le quali in gran parte contribuirono a dar vita a un
vigoroso slancio missionario, che cercò di conquistare il mondo a
Cristo e di permearlo di spirito cristiano» [10]. I missionari si
spinsero fino in Irlanda e in Scozia, dove fondarono i propri
monasteri. Tra i nomi più noti c’è san Patrizio e l’irlandese
Colombano il giovane (VII sec.), che influenzò grandemente anche la
vita ecclesiastica dei Franchi. Per l’area germanica è rilevante
la figura di Vinfrido Bonifacio (VIII sec.), che ebbe un certo ruolo
nella fondazione dell’Occidente cristiano [11]. Dalla fusione
sintetica, quindi, della latinitas – che promanava da Roma e
dal sud Europa – con la germanitas – costituita dai
ricettivi popoli barbari del nord – nasceva una nuova realtà
storica, culturale e spirituale, che avrebbe poi fondato la civiltà
cristiana dei secoli successivi.
Epoca
carolingia e istruzione.
San
Benedetto, morto nel VI secolo, non giunse mai né ad immaginare né
a intravvedere la portata storica e spirituale dell’affermarsi del
monachesimo da lui coordinato. Tanto l’Europa continentale, quanto
quella insulare (gli anglosassoni) fu conquistata nei secoli
successivi dal monachesimo romano: i monasteri francesi e inglesi
assunsero la Regola benedettina con entusiasmo, dopo che i sinodi
locali decisero in tal senso [12]. La svolta vera e propria si ebbe,
tuttavia, dopo il 751, con l’«affermarsi dell’egemonia franca»
e con l’incoronazione di Carlo Magno alla dignità imperiale:
l’Impero Carolingio «individuò nei monasteri benedettini, oltre
che nei centri episcopali, i luoghi più efficaci per un controllo
capillare del territorio europeo, sia a livello politico sia
culturale, favorendo la formazione di complessi stabili che fungevano
da centri religiosi e amministrativi» [13].
Con
Carlo Magno, dopo l’anno 800, s’inaugurò «una fase del tutto
nuova che conferì all’Occidente europeo caratteri specifici e di
“lunga durata”» e, di questa fase, il monachesimo ebbe un ruolo
decisivo. Dall’epoca carolingia, in particolare, «il reclutamento
monastico venne caratterizzandosi sempre più spesso quale
accoglimento di giovani in età scolare, presentati al monastero dai
genitori». Nacque così una consuetudine che porterà, dopo il
Mille, alla costituzione di scholae e universitas,
soprattutto in seno alla Chiesa. E, di questa prassi, il monastero
benedettino costituiva il centro: «In forza di tali presenze e delle
preoccupazioni formative e culturali da esse comportate, i cenobi
dovettero dotarsi di nuove strutture, assumendo un sempre più
marcato ruolo culturale».
Da
qui sorse tutto il secolare e notissimo fenomeno degli amanuensi che,
attraverso i codici, trasmisero alle generazioni future la quasi
totalità della produzione classica e patristica. Non si trattò solo
di un ricopiare i testi del passato o di organizzare le biblioteche,
ma del fiorire di novità linguistiche e concettuali, sotto la glossa
dei Padri della Chiesa, che restituirono alla sapienza pagana la
capacità di rinfocolare un dibattito sempre più vivo [14].
Nasce
una nuova civiltà
Come,
però, si consolidò – nella pratica quotidiana – l’affermarsi
del monachesimo? In che modo monastero e villaggio, monaci e
secolari, interagirono? Tra i molti autori, che hanno trattato
l’argomento, uno dei più acuti potrebbe essere Léo Moulin con la
sua riflessione sul fenomeno benedettino [15]. Il monaco di Moulin
non si limita a pregare in modo massiccio, ma anche a lavorare a
lungo e con fatica: essere monaco, fin dall’inizio, significa
«dissodare, liberare dagli sterpi, drenare, prosciugare, irrigare,
arare, mietere». E poi ancora, con l’ausilio dei civili,
«dirigere, coordinare e sorvegliare il lavoro dei campi e dei
vigneti, l’allevamento del bestiame, il saggio sfruttamento delle
foreste, la buona conduzione dei vivai di pesci e degli alveari».
Lentamente, attorno al monastero, inizia così ad operare una
manovalanza di laici e monaci, vengono edificati casolari per
ospitare le famiglie dei contadini e degli allevatori, sono divelti
gli altari dedicati alle divinità pagane e sostituiti con edifici
cultuali cristiani. Si mette in moto qualcosa di molto simile ad
un’azienda agricola sui generis che, però, non si limita al puro
fatto tecnico, ma i cui membri accedono anche al culto, alla lettura
e alla scrittura. Conversione e crescita materiale iniziano a
svilupparsi parallelamente.
In
breve, i monaci, più istruiti e meno sedentari dei contadini, «sono
l’assistenza tecnica, efficace e gratuita, al terzo mondo
dell’epoca, cioè all’Europa dopo l’invasione dei Barbari». I
benedettini sono insomma, «per forza di cose, dei fattori di
conoscenza, dei portatori di sapere e di applicazioni pratiche, in
breve, dei vettori di progresso»: pur smettendo ben presto di
occuparsi manualmente della terra, i monaci medievali sono
latifondisti, «educatori economici», «istruttori illuminati della
massa rurale». Moulin si prodiga in lunghi elenchi di attività
sorte all’ombra delle abbazie. Si diffondono ovunque le tecniche di
vinicoltura, agronomia, produzione della birra, della lana. Nasce una
farmacologia a base di erbe, impulso alla moderna medicina.
La
Regola promuove tutta questa attività di libera iniziativa. Vi si
legge che «il monastero deve, nei limiti del possibile, essere
organizzato in modo tale che vi si trovi tutto il necessario, cioè
dell’acqua, un mulino, un orto e delle botteghe in cui sia
possibile praticare i diversi mestieri all’interno della cinta del
monastero […]»[16]. Si creano, in tal modo, «nuclei di
artigianato sempre più importanti», che «saranno molto spesso il
punto di partenza di grossi borghi o addirittura di città». Moulin
prospetta un’impresa di enorme proporzioni: «non esiste attività
– sfruttamento di saline, miniere di piombo, di ferro, d’allume o
di gesso, metallurgia, cave di marmo, coltelleria, vetrerie,
fabbriche ecc. – in cui i monaci non abbiano dispiegato un’attività
creativa e un fecondo spirito di ricerca».
Non
è difficile comprendere come un tale spirito abbia costituito un
forte propulsore di civilizzazione e come la civiltà sia sorta dalla
pratica di un cristianesimo che ha saputo incardinarsi in ogni ambito
della società del tempo.
Monachesimo
e corpo sociale
Non
va tuttavia equivocata la vocazione benedettina: l’«Opus Dei» –
l’«Opera di Dio» – per eccellenza è la preghiera liturgica
comunitaria [17]. Il monaco è chiamato a diventare un uomo di
preghiera e ad essa non deve anteporre nulla. «Nihil
Operi Dei praeponatur»
– «Nulla si anteponga all’Opera di Dio» – scrive san
Benedetto [18]. La santificazione per mezzo della preghiera è,
dunque, l’occupazione principale del cenobio: è un’attività che
si estende per molte ore nell’arco del giorno. Non vi è nulla,
nella vita proposta dal santo di Norcia, di rilassato o di mondano.
Il compimento dell’Opus Dei richiede un grande impegno e la decisa
volontà di perseguire una conversione a Dio, che possa portare alla
penitenza e all’abbandono dei vizi e dei peccati.
Solo
in questa luce è possibile interpretare al meglio la scelta
successiva di dedicarsi alle attività tecniche, manuali e culturali.
Il monaco, in fondo, è la prova vivente di quanto la vita di
preghiera e la vita activa siano collegate, nonché di quanto di
civile e di sociale possa scaturire dall’intimità di un cuore che
prega in privato e comunitariamente. La fondazione della città
terrena non può prescindere dalla fondazione della città di Dio.
C’è un movimento spirituale che dalla comunità entra nella
singola persona e, nel medesimo tempo, dal cuore dell’uomo
s’irradia nella moltitudine: se questi due respiri dell’anima e
delle anime sono in Dio, l’uomo si salva e costruisce la propria
dimora, nel tempo prima e poi nell’eternità.
Nell’abbazia
e in tutto ciò che ruota attorno ad essa si realizza una duplice
coltivazione: quella terrena e quella spirituale, che porta al
germoglio delle virtù. È del tutto conseguente, in un secondo
momento, che la virtù individuale fondi le virtù sociali. Per
questo motivo il monachesimo occidentale è stato una fucina per la
comprensione e l’applicazione della Dottrina sociale della Chiesa.
Nella comunità benedettina, tra l’altro, si sviluppa il principio
del «bene comune», poiché si creano le condizioni necessarie al
raggiungimento della «perfezione» [19], tanto individuale quanto
comunitaria. Il bene materiale (che salva il corpo) e spirituale (che
salva l’anima) è a disposizioni di tutti ed è, in questo senso,
comune.
Per
quanto riguarda i singoli beni, anche solo dal punto di vista
materiale, è pacifica, agli occhi del monaco, la loro «destinazione
universale» [20], soprattutto in relazione alla cura speciale verso
il povero e il pellegrino [21]. Ma pure, allo stesso tempo, è
salvaguardata la proprietà privata delle terre, dei manufatti, degli
immobili e dell’agronomia, per cui quello che è dei monaci resta
dei monaci e quanto è dei civili resta ai civili.
Di
grande importanza è, come si è visto, lo spirito d’iniziativa
personale e comunitario, che prelude al «principio di
sussidiarietà»: «In base a tale principio, tutte le società di
ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto («subsidium»)
– quindi di sostegno, promozione, sviluppo – rispetto alle
minori», poiché «è impossibile promuovere la dignità della
persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi, delle
associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle
espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale,
sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone
danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva
crescita sociale» [22]. Eppure, nonostante il sostegno dovuto ai più
deboli, che rappresenta la «sussidiarietà intesa in senso
positivo», vi sono delle «implicazioni in negativo, che impongono»
alle società di ordine superiore «di astenersi da quanto
restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed
essenziali della società»: l’«iniziativa, libertà e
responsabilità» di tali cellule «non devono essere soppiantate»
[23]. In questo senso la sussidiarietà è strettamente legata allo
spirito d’iniziativa personale.
Non
va neppure dimenticato, tra gli aspetti sociali, che l’abbazia
diventa lentamente un centro di aggregazione delle famiglie e di
educazione dei giovani, nonché un riferimento per le arti e i
mestieri: da qui la formazione di tutta una galassia di corpi
intermedi tra il sovrano e il singolo individuo, che costituisce –
fino ai giorni nostri – la garanzia del funzionamento ordinato di
uno stato o di un qualsiasi corpo sociale.
Una
casa per sempre
È
Vittorio Messori che ricorda l’importanza – per il monaco o per
chiunque voglia costruire qualcosa di duraturo – della «stabilitas
loci»: San Benedetto «impone ai suoi monaci» il voto della
«stabilità» del luogo, cosicché «il monastero diventa» un punto
fisso di riferimento; il «perno saldo attorno al quale la società
si organizza» e la «fortezza contro le forze disgregatrici sempre
in agguato» [24]. Non a caso – scrive – «l’organizzazione
monastica prende il nome dal contrario stesso del caos: Ordo,
ordine, contro il disordine, che è di coloro che sono senza fissa
dimora, i vagantes, contro i quali san Benedetto ha parole
severe» [25]. E, infatti, la città dell’uomo o la città di Dio è
tale per la presenza di dimore, composte da vestiboli, corridoi,
cucine e stanze. La stanza, in particolare, è dove l’uomo sta,
vive, pensa, studia, lavora. La Sacra Scrittura medesima dà molta
importanza al tempio, alla dimora, alla tenda nel deserto, al
cenacolo. Il focolare domestico o comunitario è così posto non
soltanto nell’ambito secolare, ma in quello divino e salvifico. Il
«nomadismo» veterotestamentario, di contro, è «una condanna che
Dio infligge al suo popolo» – osserva Messori: persino Gesù è
costretto a dire che «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del
cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il
capo» (Mt 8, 20) [26].
Quando
san Benedetto salì a Cassino, insomma, andò per rimanerci. Dice san
Gregorio Magno che «il paese di Cassino è situato sul fianco di un
alto monte», e «c’era in cima un antichissimo tempio, dove la
gente dei campi, secondo gli usi degli antichi pagani, compiva
superstiziosi riti in onore di Apollo. Intorno vi crescevano
boschetti, sacri ai demoni, dove ancora in quel tempo, una fanatica
folla di infedeli vi apprestava sacrileghi sacrifici» [27]. Dopo
avere distrutto gl’idoli e aver edificato una chiesa, Benedetto «si
rivolse alla gente che abitava lì intorno e con assidua predicazione
la andava invitando alla fede» [28].
Nella
stabilitas loci si edificano, nel corso della vita, le virtù
del sacrificio e della perseveranza, perché si è costretti a vivere
assieme ad altre persone, a sopportarne limiti e difetti. Si riceve
molto dalla comunità monastica – supporto, edificazione, cura –
ma è richiesta anche la rinuncia alla propria volontà, al proprio
desiderio di autosufficienza. Viene temprato il carattere e si forma
l’umiltà, se non altro perché è richiesta obbedienza all’abate.
La stabilità è talmente importante per il monaco, che non è bene
accettare nel monastero quei postulanti che non «darà sicure prove
di voler perseverare» in tal senso [29]. La stabilità difatti è
una delle tre promesse del postulante, assieme alla conversione
continua e all’obbedienza.
La
“tripla gloria” dell’Ordine
La
vicenda storica del monachesimo occidentale è un alternarsi di
momenti di decadenza e momenti di riforma e rinascita dell’Ordine.
Al dissolvimento dell’Impero Carolingio, seguì un periodo di crisi
economica e morale, per cui fino al X secolo i monasteri caddero in
disuso e le ricchezze depredate. Provvidenzialmente tra il X e l’XI
secolo s’impone la Riforma cluniacense che, per emanazione dal
monastero francese di Cluny, restituì alla Regola benedettina la
rigida osservanza delle origini. In questo senso, va ricordato che la
riforma autentica (come concetto) non consiste mai in un rilassamento
spirituale e morale, ma in un ritorno alla “forma originaria”, in
tutta la sua purezza e dedizione.
Sulla
spinta di Cluny sorsero monasteri in Francia, Italia e Germania.
Notevole fu l’esperienza al monastero di Cîteaux, da cui nacque
l’Ordine dei Cistercensi. E, in Italia, san Romualdo si ritirò in
eremitaggio e fondò il monastero di Camaldoli, futuro grande centro
culturale. Con l’imporsi, infine, degli Ordini mendicanti
(domenicani e francescani) e con l’avvento dell’Umanesimo e del
Rinascimento, per il monachesimo cominciò l’ennesimo periodo di
decadenza, senza mai estinguersi del tutto ma, anzi, restando vivo in
molte località o trasformandosi in nuove congregazioni. E, in ogni
caso, è un’utopia che abbia potuto estinguersi la «tripla gloria»
dell’Ordine di san Benedetto, come l’intese Chateaubriand:
«convertire l’Europa, dissodare i suoi deserti, e riaccendere nel
suo seno la fiaccola delle scienze» [30]. Difatti l’Ordine non
morì. È più corretto dire che si mutò in altre forme e tutto ciò
che fu seminato germinò. L’epoca moderna è stata largamente
nutrita dai frutti di tanto impegno e sacrificio.
Paolo
VI ricorda [31] che il santo di Norcia, «con costante e assiduo
impegno», fece nascere «in questo nostro continente l’aurora di
una nuova era», nel momento in cui la civiltà antica crollava.
Egli, assieme ai suoi figli, portò «con la croce, con il libro e
con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal
Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della
Polonia». In particolare – scrive paolo VI – «con la croce,
cioè con la legge di Cristo, diede consistenza e sviluppo agli
ordinamenti della vita pubblica e privata». Per mezzo dell’Opus
Dei «egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza
della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale
avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio». Quest’unità
fu la caratteristica distintiva del Medio Evo cristiano.
Del
resto, come scrive san Gregorio Magno, Benedetto ebbe una visione:
«fu posto davanti ai suoi occhi tutto intero il mondo, quasi
raccolto sotto un unico raggio di sole» [32]. E specifica: «Tutto
il mondo si dice raccolto davanti a lui [a Benedetto, ndr], non
perché il cielo e la terra si fossero impiccoliti, ma perché lo
spirito del veggente si era dilatato, sicché, rapito in Dio, poté
senza difficoltà contemplare quel che si trova al di sotto di Dio».
Al di sotto di Dio ci sono le città dell’uomo, ma Benedetto ormai
abitava già nella città di Dio.
Note
[1]
La Regula
monachorum
(o Sancta
Regula)
fu redatta da san Benedetto (480-547) intorno all’anno 534, sul
modello di alcune Regole già esistenti. È composta da un Prologo e
da 73 capitoli.
[2]
Scuola.
[3]«Constituenda
est ergo nobis dominici schola servitii».
SAN BENEDETTO DA NORCIA, Regola, Prologo, n. 45.
[4]
OTTORINO PIANIGIANI, Dizionario
etimologico,
Albrighi & Segati, 1907, voce: “scuola”.
[5]
Ibidem.
[6]
San Benedetto (480-547) nacque a Norcia e morì a Montecassino, ma
soggiornò e si formò a Roma, tra i 12 e i 17 anni d’età.
[7]
Lorenzo SENA, Appunti
sulla Regola di San Benedetto,
Monastero San Silvestro Abate (Ed.), 2002.
[8]
Ibidem.
[9]
Ibidem.
[10]
AUGUST FRANZEN, Breve
storia della Chiesa,
Queriniana, 1991, p. 102.
[11]
Cf. ibidem.
[12]
Sinodo di Whitby nel 664 (Inghilterra) e due sinodi francesi, nel 743
e 744.
[13]
CESARE ALZATI (con la collaborazione di MARCO BRAGHIN, RUGGERO LONGO,
MARCO ROSSI), “Storia del Monachesimo Benedettino. Storia e
inquadramento del fenomeno”, Treccani.it. I virgolettati successivi
sono tratti dal breve saggio.
[14]
Cf. ibidem.
[15]
LÉO MOULIN, La
vita quotidiana secondo San Benedetto,
Jaka Book, 20083. I virgolettati successivi sono tratti dal libro.
[16]
Regola, LXVI, 15-18, in LÉO MOULIN, La
vita quotidiana secondo San Benedetto,
op. cit.
[17]
San Benedetto, nella Regola, considerava intangibili tre principi,
collegati alla preghiera liturgica comunitaria, conosciuta anche come
Liturgia delle Ore: 1) recita dell’intero Salterio entro la
settimana; 2) sette ore canoniche relative all’Ufficio diurno; 3)
recita di dodici Salmi nell’Ufficio notturno. A questo Breviarium
Monasticum
si aggiunge anche la S. Messa.
[18]
Regola, XLIII, 3.
[19]
Il «bene comune» è «l’insieme di quelle condizioni della vita
sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di
raggiungere la propria perfezione più pienamente e più
speditamente». Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium
et spes,
n. 26.
[20]
«Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti
tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui
la radice dell’universale destinazione dei beni della terra».
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus,
31.
[21]
Da qui il principio della «solidarietà».
[22]
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa,
nn. 185, 186.
[23]
Ibidem.
[24]
VITTORIO MESSORI, Pensare
la Storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana,
Sugarco, 2006, p. 169.
[25]
Ibidem, p. 170.
[26]
Ibidem, p. 169.
[27]
GREGORIO MAGNO, La
vita di San Benedetto,
estratto da I Dialoghi, l. II, Citta Nuova, tr. PP. Benedettini di
Subiaco.
[28]
Ibidem.
[29]
Regola, LVIII, 9.
[30]
FRANÇOIS-RENÉ DE CHATEAUBRIAND, Genio
del Cristianesimo,
Bompiani, 2008, p. 1131.
[31]
PAOLO VI, lett. Apost. Pacis
Nuntius
per la proclamazione di san Benedetto Patrono principale dell’intera
Europa. 24/10/1964.
[32]
GREGORIO MAGNO, La
vita di San Benedetto,
op. cit.
Silvio
Brachetta
