Con l’emanazione, il 21 settembre 1520, della Bolla[1] di
condanna di Martin Lutero, Erasmo da Rotterdam cominciò a prendere le distanze
dal riformatore tedesco con più determinazione rispetto al passato, intuendo un
possibile scoppio di tumulti. Nonostante Erasmo preferisse di gran lunga
restare un semplice spettatore dinnanzi agli eventi, che lentamente stavano
precipitando, si lasciò convincere a scrivere una confutazione ufficiale del luteranesimo.
Almeno tre pontefici[2]
nutrirono una certa stima per il teologo di Rotterdam, favorita dalle
suggestioni dell’Umanesimo, diffuse anche nelle residenze papali. Erasmo fu
sollecitato da costoro a non rimandare ulteriormente la pubblicazione del testo.
Altre pressioni giunsero dall’Inghilterra e dalla Sassonia finché, nel 1524, fu
dato alle stampe il De libero arbitrio,
conosciuto anche come Diatriba per
l’editore Froben di Basilea[3].
L’atto umano
Ad Erasmo, però, non parve di dover confutare tutte le tesi
luterane, ma concentrarsi soltanto sulla replica al concetto di «servo
arbitrio» per una serie ragioni[4].
Innanzi tutto – e lo si può rilevare dallo stile del testo – perché Erasmo
scrive contro voglia un breve trattato che, nelle sue intenzioni, non doveva
essere qualcosa di esaustivo, ma indirizzato ad una sola questione: la Diatriba non sembra per nulla la sua
opera più riuscita. Non va poi sottovalutata la grande diffidenza degli
umanisti nei confronti della teologia scolastica, essenzialmente teocentrica
nei contenuti e rigorosa nel metodo, per cui gli estimatori delle bonae litterae e degli studi humaniora, a cui Erasmo e Lutero vanno
ascritti, mal digerivano le sottigliezze sistematiche dei sillogismi medievali[5]. Per
questo motivo, il desiderio filologico portava a riscoprire il testo sacro con
una «preminenza assoluta attribuita alla dimensione etica del messaggio
evangelico», che si concreta nelle «azioni degli esseri umani»[6],
orientate dal libero arbitrio nella scelta etica. Era cominciata, con
l’Umanesimo, quella “svolta antropologica” intrinseca alla modernità e quel
gusto per una philosophia Christi più
mirata alle azioni e alla missione storica e soteriologica dell’uomo Gesù,
piuttosto che al mistero trinitario del Verbo.
Inoltre, il tema del libero o del servo arbitrio, così
centrale per Lutero, lo è, tutto sommato, anche per Erasmo, che scrive, nell’incipit dell’opera: «Fra tutte le
difficoltà, che pur non son poche nelle Sacre Scritture, non c’è – forse –
labirinto più inestricabile di quello del libero arbitrio»[7].
C’è dunque, alla base della disputa, un fascino intrinseco dell’argomento, che
cattura fatalmente i due autori.
Il libero arbitrio
nega la necessità
La Diatriba è
suddivisa in quattro parti: un’introduzione, la disamina dei passi biblici a
favore del libero arbitrio, l’analisi di quelli in contrario e una conclusione.
L’autore tralascia di proposito qualsiasi metodologia sistematica e rinuncia alle
citazioni dirette «dei padri della chiesa, dei concili, delle università, dei
papi e dello stesso imperatore»[8].
Seppure non sia del tutto corretto dire che Erasmo abbracci totalmente il
principio luterano della “sola Scriptura”,
tuttavia egli preferisce condurre il ragionamento sulle pericopi del testo
sacro, evitando accuratamente di citare le auctoritates,
in antitesi completa alla prassi della teologia scolastica.
Nonostante ciò, Erasmo riesce a mantenersi in una certa
ortodossia poiché, pur non citandolo, conosce bene il pensiero dei padri e dei
santi dottori. Sa bene che la Scrittura non può essere totalmente chiara, come
invece ritiene Lutero e che, per un’interpretazione corretta, non è possibile
rinunciare al supporto delle autorità. Erasmo dunque ammette il libero
arbitrio, se non altro per l’alto numero di affermazioni in tal senso, che
recupera dai testi dell’antico e del nuovo Testamento: specialmente in quelli
dove è richiesta una scelta all’uomo da parte di Dio[9].
Secondo il teologo è pacifico che «la nostra libertà di scelta, ancorché ferita
dal peccato, non è stata distrutta»[10].
Non solo, ma per lui non è concepibile una salvezza senza una sinergia tra il
merito umano e la grazia divina, tanto da distinguere l’assurdità degli
estremismi teologici: la salvezza per il solo merito umano (Pelagio) da una
parte e la salvezza per la sola grazia (Lutero) dall’altra.
Una delle prove indirette che l’arbitrio umano sia libero è,
per Erasmo, l’esistenza stessa dei comandamenti: «tutti questi magnifici
precetti di Cristo non perdono forse il loro significato se la volontà umana è
annientata»?[11]
Non fosse altro che per il continuo ricorrere, nei Vangeli, della parola “se”: “se
vuoi essere perfetto… se uno vuol venire dietro a me… se vuoi entrare nella
vita…”. Forse – si domanda Erasmo – che «la parola “se” può avere un senso
quando si tratta di necessità»?[12]
Della necessità luterana, insomma, Erasmo non sa che farsene. Quanto poi al
resto del nuovo Testamento, «cosa significano – si chiede – i paragoni di Paolo
su quelli che corrono negli stadi, sul premio, la corona […], se noi non potessimo
nulla conquistare con i nostri sforzi»?[13]
La volontà di Dio è
libera ma non cieca
Erasmo ammette che ci siano molti altri passi biblici i
quali, al contrario, sembrerebbero presupporre in Dio la necessità, negando il
libero arbitrio umano. Dio, infatti, indurisce il cuore del Faraone[14],
fa grazia a chi vuole fare grazia[15] e
preferisce Giacobbe a Esaù[16].
In una parola, evangelicamente, Dio acceca quelli che vuole perdere[17].
Qua Erasmo ammette che vi sono delle ragioni in Dio che l’uomo non può
conoscere e che non è tenuto a scrutare. E, tuttavia, Dio vuole o non vuole una
certa cosa «con giuste ragioni»[18],
anche in relazione alla sua prescienza, che conosce gli eventi prima che
accadano. Il teologo, cioè, esclude in Dio una volontà cieca e ammette che la
Scrittura potrebbe essere fraintesa in tal senso.
La posizione erasmiana è riassumibile nel commento che egli
fa alla sentenza di san Paolo: «Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in
aiuto della nostra debolezza»[19].
Nessuno – scrive Erasmo – «chiamerebbe debole colui che non fa nulla», negando
così che la natura umana sia corrotta a tal punto da rimanere paralizzata di
fronte alla scelta. Nello stesso tempo, però, «non si dice che qualcuno vi
aiuta, se facesse tutto»[20].
È quindi richiesto, alla salvezza umana, il merito umano che, però, è
insufficiente, se non sostenuto dalla grazia.
Secondo Lutero le auctoritates sono inutili
Se con Erasmo si può dunque parlare di «sostanziale
commensurabilità» tra giustizia umana e divina, con Lutero non c’è nessuna
pacificazione tra legge e grazia, bensì un divorzio definitivo, come enti
incommensurabili[21].
Il riformatore di Sassonia attese più di un anno prima di rispondere, con
estrema durezza e non celato fastidio. Lo fece col De servo arbitrio – nome postumo – pubblicato nel dicembre del
1525. L’opera è suddivisa in quattro parti, secondo lo schema del De libero arbitrio. Lo stile è simile
alla Diatriba solo per il fatto che
l’autorità centrale (ma in Lutero unica) è la sacra Scrittura. Qua non c’è
traccia alcuna della disputatio erasmiana,
poiché l’unico genere letterario che resta è l’assertio.
Alle tesi di Erasmo, Lutero fa fronte con il suo martellante
respondeo (rispondo), che però non ha
più nulla del respondeo medievale: prima
infatti di rispondere alle questioni, san Tommaso faceva parlare una
moltitudine di autorità, per cui le sue opere traboccano di autori. In altre
parole, gli scolastici erano umili e si ritenevano indegni di redigere qualcosa
di diverso da un commentario. Lutero, viceversa, asserisce con impeto e
ostinazione qualcosa che non ha altra fonte che sé stesso. Al pacifico Erasmo, l’irruente
teologo tedesco rinfaccia di non leggere le Scritture con la dovuta attenzione,
altrimenti avrebbe «notato che la vera natura della parola di Dio è di
suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo», per trasformarlo e
rinnovarlo[22].
L’opposizione
artificiosa tra legge e grazia
L’uomo di Lutero non può correggere o migliorare la propria
vita, né può credersi amato da Dio: soltanto gli eletti sono corretti e migliorati
dallo Spirito Santo e si sentiranno amati da Dio; quindi «i suoi [dell’uomo]
sforzi e le sue risoluzioni, la sua volontà e le sue opere non servono a nulla»,
ma «la salvezza dipende unicamente dalla decisione, dalla volontà e dall’azione
di Dio»[23].
Su cosa egli fonda queste sue opinioni? Come interpreta i
testi biblici che sembrano a favore del libero arbitrio? Quanto ad Adamo,
lasciato in balia del proprio volere – dice Lutero – egli non ha la possibilità
naturale di applicarsi all’osservanza dei comandamenti, ma possiede unicamente
l’imperio che l’uomo ha sul creato. Se, dunque, Dio indica all’uomo la via
della vita (bene) al posto della via della morte (male) non è perché l’uomo
abbia una capacità di scelta, ma per «strappare l’uomo dal suo torpore», in
modo che «prenda atto della sua impotenza»[24]. All’uomo,
pertanto, non resta che affidarsi alla sola
Fide, poiché le opere buone non dipendono dalla sua volontà. E, in modo
simile, Dio offre all’uomo il Decalogo,
non affinché egli scelga, ma per un necessario e inderogabile comando. Se
l’uomo obbedisce al comando, è in forza non della propria volontà, ma di quella
divina, che «concede la volontà dell’osservanza a chi vuole», proprio perché
«noi non possiamo osservare alcun comandamento», se non per grazia[25].
Non è difficile vedere in questa dottrina una forzatura dei
testi, un tentativo di rendere oscura la Rivelazione, pure in quegli ambiti nei
quali è chiara. Con Lutero, Cristo diventa «il segno dell’opposizione tra legge
ed evangelo», nel senso che il Messia negherebbe magistralmente «la libertà
dell’arbitrio umano» e affermerebbe, di contro, «la libertà dell’uomo come dono
gratuito di Dio»[26].
In questo quadro, Dio diverrebbe una sorta di pretesto per mutare la sua
prescienza in predestinazione. Come poi la libertà possa sgorgare dalla
predestinazione, in senso luterano, è un’affermazione che parrebbe lecita solo
al prezzo di paralogismi artificiosi.
Il magistero
Tre canoni del Concilio di Trento, in particolare,
condannano la dottrina luterana del servo arbitrio, di cui il più diretto è il
seguente: «Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato
di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome
senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia
anatema»[27].
Il Catechismo della Chiesa Cattolica,
nel merito, afferma che «Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la
dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti»[28].
Da tale padronanza deriva la libertà, che è «il potere di agire o di non agire
e di porre così da se stessi azioni libere»[29].
Eppure la libertà «raggiunge la perfezione del suo atto quando è ordinata a
Dio, Bene supremo»[30].
Silvio Brachetta
[1]
Leone X, Bolla Exsurge Domine. Il
papa esigeva la ritrattazione di 41 errori contenuti nelle opere luterane.
[2]
Leone X, Adriano VI e Clemente VII.
[3] Il
testo erasmiano qua usato del De libero
arbitrio, come anche del De servo
arbitrio luterano sono tratti da: Erasmo
da Rotterdam, Martin Lutero, Libero
arbitrio. Servo arbitrio, a cura di Fiorella De Michelis Pintacuda, tr.
Roberto Jouvenal, Claudiana, Torino 20043. Le note alle citazioni
delle due opere saranno così contratte: Diatriba
(per De libero arbitrio) e De servo
arb. (per De servo arbitrio).
[4] Cf. Erasmo, Lutero, Libero arbitrio.
Servo arbitrio, op. cit., p. 28.
[5] A
questo proposito, Lutero scrive altrove: «Mio consiglio sarebbe che i libri di
Aristotele, Physica, Metaphysica, De Anima ed Ethica […]
fossero aboliti [dalle Università, ndr]
insieme con tutti gli altri che parlano di cose naturali […]». Cit. in Martin
Lutero, Scritti politici, Utet,
Torino 1949, p. 206.
[6] Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., p. 28.
[7] Diatriba, Intr., A1.
[8] Ibid., A6.
[9] Ad
es. «Egli [Dio] da principio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo volere»
(Sir 15, 14); «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e
il male» (Dt 30,15); «Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti» (Mt
19, 17).
[10] Diatriba, II, A8.
[11] Ibid., B1.
[12] Ivi.
[13] Ibid., B4.
[14] Cf. Es 7, 13.
[15] Cf. Es 33, 19.
[16] Cf. Ml 1, 2.
[17] Cf. Gv 12, 40.
[18] Diatriba, III, A8.
[19]
Rm 8, 26.
[20] Diatriba, III, C12.
[21] Cf. Erasmo, Lutero, Libero arbitrio.
Servo arbitrio, op. cit., pp. 31, 35.
[22] De servo
arb., Intr., 625.
[23] Ibid., 632.
[24] De servo
arb., II, 671, 676, 677.
[25] Ibid., 689.
[26] Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., pp. 35, 37.
[27]
Concilio di Trento, Decreto sulla
giustificazione, Sessione VI, can. 5.
[28] Catechismo della Chiesa Cattolica, n.
1730.
[29] Ibid., n. 1744.
[30] Ivi.

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