venerdì 12 aprile 2019

“Il servo arbitrio” di Martin Lutero


Con l’emanazione, il 21 settembre 1520, della Bolla[1] di condanna di Martin Lutero, Erasmo da Rotterdam cominciò a prendere le distanze dal riformatore tedesco con più determinazione rispetto al passato, intuendo un possibile scoppio di tumulti. Nonostante Erasmo preferisse di gran lunga restare un semplice spettatore dinnanzi agli eventi, che lentamente stavano precipitando, si lasciò convincere a scrivere una confutazione ufficiale del luteranesimo. Almeno tre pontefici[2] nutrirono una certa stima per il teologo di Rotterdam, favorita dalle suggestioni dell’Umanesimo, diffuse anche nelle residenze papali. Erasmo fu sollecitato da costoro a non rimandare ulteriormente la pubblicazione del testo. Altre pressioni giunsero dall’Inghilterra e dalla Sassonia finché, nel 1524, fu dato alle stampe il De libero arbitrio, conosciuto anche come Diatriba per l’editore Froben di Basilea[3].


L’atto umano

Ad Erasmo, però, non parve di dover confutare tutte le tesi luterane, ma concentrarsi soltanto sulla replica al concetto di «servo arbitrio» per una serie ragioni[4]. Innanzi tutto – e lo si può rilevare dallo stile del testo – perché Erasmo scrive contro voglia un breve trattato che, nelle sue intenzioni, non doveva essere qualcosa di esaustivo, ma indirizzato ad una sola questione: la Diatriba non sembra per nulla la sua opera più riuscita. Non va poi sottovalutata la grande diffidenza degli umanisti nei confronti della teologia scolastica, essenzialmente teocentrica nei contenuti e rigorosa nel metodo, per cui gli estimatori delle bonae litterae e degli studi humaniora, a cui Erasmo e Lutero vanno ascritti, mal digerivano le sottigliezze sistematiche dei sillogismi medievali[5]. Per questo motivo, il desiderio filologico portava a riscoprire il testo sacro con una «preminenza assoluta attribuita alla dimensione etica del messaggio evangelico», che si concreta nelle «azioni degli esseri umani»[6], orientate dal libero arbitrio nella scelta etica. Era cominciata, con l’Umanesimo, quella “svolta antropologica” intrinseca alla modernità e quel gusto per una philosophia Christi più mirata alle azioni e alla missione storica e soteriologica dell’uomo Gesù, piuttosto che al mistero trinitario del Verbo.
Inoltre, il tema del libero o del servo arbitrio, così centrale per Lutero, lo è, tutto sommato, anche per Erasmo, che scrive, nell’incipit dell’opera: «Fra tutte le difficoltà, che pur non son poche nelle Sacre Scritture, non c’è – forse – labirinto più inestricabile di quello del libero arbitrio»[7]. C’è dunque, alla base della disputa, un fascino intrinseco dell’argomento, che cattura fatalmente i due autori.

Il libero arbitrio nega la necessità

La Diatriba è suddivisa in quattro parti: un’introduzione, la disamina dei passi biblici a favore del libero arbitrio, l’analisi di quelli in contrario e una conclusione. L’autore tralascia di proposito qualsiasi metodologia sistematica e rinuncia alle citazioni dirette «dei padri della chiesa, dei concili, delle università, dei papi e dello stesso imperatore»[8]. Seppure non sia del tutto corretto dire che Erasmo abbracci totalmente il principio luterano della “sola Scriptura”, tuttavia egli preferisce condurre il ragionamento sulle pericopi del testo sacro, evitando accuratamente di citare le auctoritates, in antitesi completa alla prassi della teologia scolastica.
Nonostante ciò, Erasmo riesce a mantenersi in una certa ortodossia poiché, pur non citandolo, conosce bene il pensiero dei padri e dei santi dottori. Sa bene che la Scrittura non può essere totalmente chiara, come invece ritiene Lutero e che, per un’interpretazione corretta, non è possibile rinunciare al supporto delle autorità. Erasmo dunque ammette il libero arbitrio, se non altro per l’alto numero di affermazioni in tal senso, che recupera dai testi dell’antico e del nuovo Testamento: specialmente in quelli dove è richiesta una scelta all’uomo da parte di Dio[9]. Secondo il teologo è pacifico che «la nostra libertà di scelta, ancorché ferita dal peccato, non è stata distrutta»[10]. Non solo, ma per lui non è concepibile una salvezza senza una sinergia tra il merito umano e la grazia divina, tanto da distinguere l’assurdità degli estremismi teologici: la salvezza per il solo merito umano (Pelagio) da una parte e la salvezza per la sola grazia (Lutero) dall’altra.
Una delle prove indirette che l’arbitrio umano sia libero è, per Erasmo, l’esistenza stessa dei comandamenti: «tutti questi magnifici precetti di Cristo non perdono forse il loro significato se la volontà umana è annientata»?[11] Non fosse altro che per il continuo ricorrere, nei Vangeli, della parola “se”: “se vuoi essere perfetto… se uno vuol venire dietro a me… se vuoi entrare nella vita…”. Forse – si domanda Erasmo – che «la parola “se” può avere un senso quando si tratta di necessità»?[12] Della necessità luterana, insomma, Erasmo non sa che farsene. Quanto poi al resto del nuovo Testamento, «cosa significano – si chiede – i paragoni di Paolo su quelli che corrono negli stadi, sul premio, la corona […], se noi non potessimo nulla conquistare con i nostri sforzi»?[13]

La volontà di Dio è libera ma non cieca

Erasmo ammette che ci siano molti altri passi biblici i quali, al contrario, sembrerebbero presupporre in Dio la necessità, negando il libero arbitrio umano. Dio, infatti, indurisce il cuore del Faraone[14], fa grazia a chi vuole fare grazia[15] e preferisce Giacobbe a Esaù[16]. In una parola, evangelicamente, Dio acceca quelli che vuole perdere[17]. Qua Erasmo ammette che vi sono delle ragioni in Dio che l’uomo non può conoscere e che non è tenuto a scrutare. E, tuttavia, Dio vuole o non vuole una certa cosa «con giuste ragioni»[18], anche in relazione alla sua prescienza, che conosce gli eventi prima che accadano. Il teologo, cioè, esclude in Dio una volontà cieca e ammette che la Scrittura potrebbe essere fraintesa in tal senso.
La posizione erasmiana è riassumibile nel commento che egli fa alla sentenza di san Paolo: «Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza»[19]. Nessuno – scrive Erasmo – «chiamerebbe debole colui che non fa nulla», negando così che la natura umana sia corrotta a tal punto da rimanere paralizzata di fronte alla scelta. Nello stesso tempo, però, «non si dice che qualcuno vi aiuta, se facesse tutto»[20]. È quindi richiesto, alla salvezza umana, il merito umano che, però, è insufficiente, se non sostenuto dalla grazia.

Secondo Lutero le auctoritates sono inutili

Se con Erasmo si può dunque parlare di «sostanziale commensurabilità» tra giustizia umana e divina, con Lutero non c’è nessuna pacificazione tra legge e grazia, bensì un divorzio definitivo, come enti incommensurabili[21]. Il riformatore di Sassonia attese più di un anno prima di rispondere, con estrema durezza e non celato fastidio. Lo fece col De servo arbitrio – nome postumo – pubblicato nel dicembre del 1525. L’opera è suddivisa in quattro parti, secondo lo schema del De libero arbitrio. Lo stile è simile alla Diatriba solo per il fatto che l’autorità centrale (ma in Lutero unica) è la sacra Scrittura. Qua non c’è traccia alcuna della disputatio erasmiana, poiché l’unico genere letterario che resta è l’assertio.
Alle tesi di Erasmo, Lutero fa fronte con il suo martellante respondeo (rispondo), che però non ha più nulla del respondeo medievale: prima infatti di rispondere alle questioni, san Tommaso faceva parlare una moltitudine di autorità, per cui le sue opere traboccano di autori. In altre parole, gli scolastici erano umili e si ritenevano indegni di redigere qualcosa di diverso da un commentario. Lutero, viceversa, asserisce con impeto e ostinazione qualcosa che non ha altra fonte che sé stesso. Al pacifico Erasmo, l’irruente teologo tedesco rinfaccia di non leggere le Scritture con la dovuta attenzione, altrimenti avrebbe «notato che la vera natura della parola di Dio è di suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo», per trasformarlo e rinnovarlo[22].

L’opposizione artificiosa tra legge e grazia

L’uomo di Lutero non può correggere o migliorare la propria vita, né può credersi amato da Dio: soltanto gli eletti sono corretti e migliorati dallo Spirito Santo e si sentiranno amati da Dio; quindi «i suoi [dell’uomo] sforzi e le sue risoluzioni, la sua volontà e le sue opere non servono a nulla», ma «la salvezza dipende unicamente dalla decisione, dalla volontà e dall’azione di Dio»[23].
Su cosa egli fonda queste sue opinioni? Come interpreta i testi biblici che sembrano a favore del libero arbitrio? Quanto ad Adamo, lasciato in balia del proprio volere – dice Lutero – egli non ha la possibilità naturale di applicarsi all’osservanza dei comandamenti, ma possiede unicamente l’imperio che l’uomo ha sul creato. Se, dunque, Dio indica all’uomo la via della vita (bene) al posto della via della morte (male) non è perché l’uomo abbia una capacità di scelta, ma per «strappare l’uomo dal suo torpore», in modo che «prenda atto della sua impotenza»[24]. All’uomo, pertanto, non resta che affidarsi alla sola Fide, poiché le opere buone non dipendono dalla sua volontà. E, in modo simile, Dio offre all’uomo il Decalogo, non affinché egli scelga, ma per un necessario e inderogabile comando. Se l’uomo obbedisce al comando, è in forza non della propria volontà, ma di quella divina, che «concede la volontà dell’osservanza a chi vuole», proprio perché «noi non possiamo osservare alcun comandamento», se non per grazia[25].
Non è difficile vedere in questa dottrina una forzatura dei testi, un tentativo di rendere oscura la Rivelazione, pure in quegli ambiti nei quali è chiara. Con Lutero, Cristo diventa «il segno dell’opposizione tra legge ed evangelo», nel senso che il Messia negherebbe magistralmente «la libertà dell’arbitrio umano» e affermerebbe, di contro, «la libertà dell’uomo come dono gratuito di Dio»[26]. In questo quadro, Dio diverrebbe una sorta di pretesto per mutare la sua prescienza in predestinazione. Come poi la libertà possa sgorgare dalla predestinazione, in senso luterano, è un’affermazione che parrebbe lecita solo al prezzo di paralogismi artificiosi.

Il magistero

Tre canoni del Concilio di Trento, in particolare, condannano la dottrina luterana del servo arbitrio, di cui il più diretto è il seguente: «Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia anatema»[27]. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nel merito, afferma che «Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti»[28]. Da tale padronanza deriva la libertà, che è «il potere di agire o di non agire e di porre così da se stessi azioni libere»[29]. Eppure la libertà «raggiunge la perfezione del suo atto quando è ordinata a Dio, Bene supremo»[30].


Silvio Brachetta


[1] Leone X, Bolla Exsurge Domine. Il papa esigeva la ritrattazione di 41 errori contenuti nelle opere luterane.
[2] Leone X, Adriano VI e Clemente VII.
[3] Il testo erasmiano qua usato del De libero arbitrio, come anche del De servo arbitrio luterano sono tratti da: Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, a cura di Fiorella De Michelis Pintacuda, tr. Roberto Jouvenal, Claudiana, Torino 20043. Le note alle citazioni delle due opere saranno così contratte: Diatriba (per De libero arbitrio) e De servo arb. (per De servo arbitrio).
[4] Cf. Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., p. 28.
[5] A questo proposito, Lutero scrive altrove: «Mio consiglio sarebbe che i libri di Aristotele, Physica, Metaphysica, De Anima ed Ethica […] fossero aboliti [dalle Università, ndr] insieme con tutti gli altri che parlano di cose naturali […]». Cit. in Martin Lutero, Scritti politici, Utet, Torino 1949, p. 206.
[6] Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., p. 28.
[7] Diatriba, Intr., A1.
[8] Ibid., A6.
[9] Ad es. «Egli [Dio] da principio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo volere» (Sir 15, 14); «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (Dt 30,15); «Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti» (Mt 19, 17).
[10] Diatriba, II, A8.
[11] Ibid., B1.
[12] Ivi.
[13] Ibid., B4.
[14] Cf. Es 7, 13.
[15] Cf. Es 33, 19.
[16] Cf. Ml 1, 2.
[17] Cf. Gv 12, 40.
[18] Diatriba, III, A8.
[19] Rm 8, 26.
[20] Diatriba, III, C12.
[21] Cf. Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., pp. 31, 35.
[22] De servo arb., Intr., 625.
[23] Ibid., 632.
[24] De servo arb., II, 671, 676, 677.
[25] Ibid., 689.
[26] Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, op. cit., pp. 35, 37.
[27] Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, Sessione VI, can. 5.
[28] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1730.
[29] Ibid., n. 1744.
[30] Ivi.

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